Era la fine del secolo I d.C. quando Lucio Anneo Seneca, una delle figure più influenti nella politica del suo tempo, nonché il più grande drammaturgo, saggio e filosofo dell’antica Roma, affrontò un periodo di grosse difficoltà nel portare avanti il proprio lavoro.

Ad affliggerlo era il rumore insostenibile, per i timpani e per la mente, che proveniva dalla strada sotto le sue finestre.

Roma è sempre stata una città decisamente caotica, ma il quartiere dove abitava Seneca era un vero concentrato di cacofonie assordanti e continue. Gli atleti si allenavano nel ginnasio poco distante, lasciando cadere grossi pesi; una massaggiatrice colpiva con forza la schiena di uomini corpulenti; i nuotatori si tuffavano in acqua. All’ingresso dell’edificio un borseggiatore appena arrestato si produceva in una sonora sceneggiata, mentre il rumore delle carrozze di passaggio rimbombava sui sampietrini, i carpentieri martellavano legno e ferro nelle loro botteghe e i commercianti strillavano per attirare la clientela. Al vociare dei bambini che giocavano si aggiungeva il latrato dei cani.

Più ancora del rumore proveniente dalla strada, però, ciò che davvero disturbava Seneca era il fatto che la sua vita stesse letteralmente andando in pezzi, vittima di una crisi dopo l’altra. Mentre i disordini d’oltremare minacciavano le sue finanze, a livello personale sentiva più che mai il peso degli anni. I suoi nemici erano riusciti ad allontanarlo dall’attività politica e, ora che il suo rapporto con Nerone non era più quello di un tempo, rischiava, a ogni capriccio dell’imperatore, di perdere definitivamente la lucidità.

Analizzando la situazione dalla prospettiva delle nostre vite, sempre sovraccariche di impegni, non era certo il contesto ideale per riuscire a concludere qualcosa. Il filosofo, infatti, si trovava immerso in un ambiente in grado di ostacolare il pensiero, la creatività, la scrittura o persino la capacità di prendere buone decisioni. I rumori e le distrazioni dell’impero erano abbastanza per “farmi detestare il fatto di avere ancora il senso dell’udito”, come confessò in prima persona a un amico.

Eppure, per tanti buoni motivi, questo scenario suscita da secoli l’ammirazione di molti estimatori. Come può un uomo tormentato dalle difficoltà e dalle avversità non solo non perdere la testa, ma persino trovare la serenità per pensare lucidamente e scrivere saggi incisivi e perfettamente centrati, alcuni di essi proprio in quella stanza rumorosa, che avrebbero raggiunto milioni e milioni di esseri umani a secoli di distanza, squarciando il velo su verità a cui pochi hanno mai avuto accesso?

“Mi ci sono forgiato i nervi”, spiegò poi a quello stesso amico in merito al problema del rumore. “Costringo la mente alla concentrazione, trattenendola dal divagare su questioni esterne a essa. Intorno a me può anche scatenarsi il pandemonio: l’importante è che dentro di me ci sia la quiete”.

Disciplina e concentrazione, insomma. Non è ciò a cui tutti aspiriamo? Non sarebbe meraviglioso riuscire a estraniarsi dall’ambiente circostante per accedere appieno alle nostre potenzialità in qualsiasi momento, ovunque e nonostante ogni difficoltà? Quanti obiettivi potremmo raggiungere e quanta soddisfazione!

Per Seneca e per tutti i seguaci dello stoicismo, se una persona riesce a trovare la pace interiore, raggiungendo quella che chiamavano apatheia, allora sarà in grado di pensare, lavorare e stare bene anche se il mondo intero dovesse entrare in guerra. “Avrai la certezza di trovarti in pace con te stesso quando ti accorgerai che nessun rumore ti disturba e nessuna parola è in grado di confonderti, che sia un’adulazione, una minaccia o semplicemente un ronzio vuoto e privo di significati”. Queste le sue parole. In un simile stato, nulla poteva turbarli (neppure un imperatore fuori di sé), nessuna emozione distrarli e nessuna minaccia allontanarli dalle loro attività. Ogni istante era lì solo per essere vissuto.

È un’idea potente, resa ancora più straordinaria dal fatto che quasi tutte le altre correnti filosofiche dell’antichità – indipendentemente da quanto fossero diverse o distanti tra loro – sono giunte esattamente alla stessa conclusione.

Gli allievi di Confucio nel 500 a.C., i discepoli del filosofo greco Democrito un centinaio d’anni dopo e i frequentatori abituali del giardino di Epicuro, una generazione più tardi, hanno tutti provato lo stesso deciso richiamo verso la serenità, la quiete e l’assenza di turbamenti.

La parola buddista che descrive questo stato d’animo è upekkhā. I musulmani parlano di aslama. Gli ebrei, di hishtavut. Nel secondo libro della Bhagavad Gītā, il testo filosofico-religioso che narra il dialogo tra Viṣṇu e il guerriero Arjuna, si cita il concetto di samatvam, una condizione di benessere mentale e pace imperturbabile. Gli antichi greci si rifanno ai termini di euthymia ed hesychia. Gli epicurei all’ataraxia, mentre i cristiani all’aequanimitas.

Noi la chiamiamo tranquillità.

Lo stato d’animo di chi sa mantenersi impassibile mentre il mondo circostante gira all’impazzata. Di chi riesce ad agire senza smania e a sentire solo ciò che merita di essere ascoltato. Di chi è in grado di entrare a proprio piacimento in uno stato di imperturbabilità interiore ed esteriore.

Attingere al tao e al logos. La Parola. La Via.

Buddismo. Stoicismo. Epicureismo. Cristianesimo. Induismo.
È quasi impossibile trovare una corrente filosofica o una religione che non consideri questa pace interiore, questa tranquillità, come il bene più grande, la chiave che permette di accedere a prestazioni eccezionali e a una vita felice.

E quando praticamente tutta la saggezza del mondo antico concorda su un concetto, soltanto un folle potrebbe decidere di non prestarvi attenzione.

Bibliografia:
La tranquillità è la chiave di Ryan Holiday

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