In questo articolo scoprirai come gestire le emozioni negative grazie alla filosofia stoica.

L’introduzione migliore a questo argomento è la storia curiosa di un maestro stoico senza nome che troviamo nelle Noctes Atticae (Notti Attiche) scritte da Aulo Gellio, un filologo vissuto nello stesso periodo in cui Marco Aurelio era imperatore.

Gellio stava attraversando il mar Ionio da Cassiopea, una città sull’isola di Corfù, a Brundisium, l’odierna Brindisi, diretto a Roma, insieme a un importante e stimato maestro di Stoicismo che aveva tenuto delle lezioni ad Atene. Alcuni studiosi asseriscono che possa essere Apollonio di Calcide, uno dei precettori che ha introdotto Marco Aurelio allo Stoicismo.

In mare aperto, la nave fu sorpresa da una violenta tempesta che durò quasi tutta la notte. Temendo per la loro vita, i passeggeri lottavano per azionare le pompe ed evitare di annegare in un eventuale naufragio. Gallio notò che il grande maestro era diventato bianco come un cecio e aveva la stessa espressione paurosa e ansiosa degli altri. Tuttavia, solo lui restava in silenzio invece di urlare di terrore e lamentarsi per ciò che stava accadendo.

Quando la tempesta si calmò, ormai prossimi a destinazione, Gellio chiese in modo gentile allo stoico perché durante la tempesta fosse apparso spaventato quasi come gli altri. Il maestro cortesemente gli rispose che i padri dello Stoicismo insegnavano che le persone, davanti a un pericolo del genere, sperimentavano in modo naturale e inevitabile un breve momento di paura. Poi frugò nella borsa ed estrasse il quinto libro delle Diatribe di Epitteto per farglielo consultare. Purtroppo non abbiamo mai avuto il piacere di poterlo leggere anche noi perché sono sopravvissuti solo i primi 4 quattro libri.

Epitteto insegnava che i padri dello stoicismo distinguevano due momenti nelle nostre reazioni a un evento, comprese le situazioni di pericolo.

  1. Prima c’era l’impressione iniziale (phantasía) suscitata in modo involontario nella nostra mente da un evento esterno, come la tempesta nel caso della storia raccontata da Gellio. Questa impressione può essere provocata da un rumore molto forte come un tuono, il crollo di un edificio o le urla di qualcuno. Anche la mente di uno stoico, inizialmente, verrà scossa da quel rumore imprevisto ed egli arretrerà spaventato. Questa reazione non è altro che un riflesso emotivo che si innesca nel corpo e che per alcuni istanti zittisce la ragione.
  2. Nel secondo momento della nostra reazione aggiungiamo valutazioni volontarie di “approvazione” (sunkatáthesis) a queste impressioni. In questa fase, la reazione dello stoico è diversa da quella della maggior parte delle persone. Non persevera nella reazione emotiva iniziale che si è impossessata della sua mente. Lo stoico non dovrebbe né approvare né confermare questa impressione iniziale. Dovrebbe semplicemente rifiutarla, perché ingannevole, e dovrebbe osservarla con studiata indifferenza per poi liberarsene.

Lo stolto, invece, viene travolto dall’impressione iniziale causata dagli eventi esterni e continua a preoccuparsi e perfino a lamentarsi ad alta voce di quel pericolo percepito.

Seneca offre un approfondimento ancora più dettagliato di questa teoria stoica nel suo testo De Ira, dove suddivide il processo con cui percepiamo uno stimolo in tre fasi:

FASE 1 – L’impressione iniziale che si impone nella nostra mente in modo automatico, insieme a pensieri e emozioni, chiamata dagli stoici proto-passione.

FASE 2 – La maggior parte delle persone confermerebbero l’impressione iniziale, agirebbero di conseguenza e aggiungerebbero ulteriori giudizi soggettivi, arrivando a pensieri catastrofici tipo “farò una brutta fine“, “l’esame andrà malissimo“, “farò una pessima figura” e così via. Si preoccuperebbero e continuerebbero a pensarci a lungo anche in seguito. Gli stoici, invece, come il maestro senza nome della storia, fanno un passo indietro rispetto ai loro pensieri e alle loro emozioni iniziali e non li convalidano. Penserebbero cose tipo “sei solo un impressione e non tutto ciò che affermi di essere” o “Non sono i fatti a turbarci ma il nostro giudizio su di essi“.

FASE 3 – Nel caso in cui convalidi l’impressione che qualcosa è intrinsecamente sbagliato o catastrofico, ecco allora manifestarsi la passione che degenera in fretta, facendoti perdere il controllo. A Seneca accadde davvero questo, durante una tempesta, quando iniziò a soffrire il mal di mare, si fece prendere dal panico e cercò stupidamente di gettarsi in acqua per arrivare a riva nuotando tra le onde e gli scogli, quando sarebbe stato meglio e più sicuro restare sulla barca (Tutte le opere, Seneca)

In pratica, una certa dose di ansia è naturale. Anche ai marinai più esperti può salire il cuore in gola se la loro nave sembra sul punto di capovolgersi. Avere coraggio, però, significa andare avanti nonostante tutto e affrontare la situazione in modo razionale. Sebbene essa possa apparire critica, per uno stoico la cosa davvero importante è come sceglie di reagire. Ciò che non fa è peggiorare le cose da solo, continuando a preoccuparsi.

Seneca nota inoltre che certe sfortune, come un dolore fisico, una malattia, la perdita di un amico o dei figli, o una sconfitta militare, colpiscono il saggio senza annientarlo. Lo scalfiscono ma non lo feriscono. Seneca fa anche notare che non c’è virtù nel sopportare cose che non ci toccano.

Questo è importante: per dimostrare di possedere la virtù della temperanza (autocontrollo), uno stoico deve avere almeno un minimo desiderio al quale decide di rinunciare, e per dimostrare coraggio, deve provare almeno questa prima impressione di paura alla quale decide di resistere. Come piace dire agli stoici, un uomo saggio non è fatto di pietra o ferro ma di carne e sangue.

Bibliografia:
Tutte le opere, Epitteto
Tutte le opere, Seneca
De Ira, Seneca
How to Think Like a Roman Emperor: The Stoic Philosophy of Marcus Aurelius (Versione italiana, A dieci passi dalla felicità) di Donald Robertson


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