Una delle lezioni più famose dello Stoicismo riguarda la cosiddetta “Scelta di Ercole“.
Questa antica allegoria sulla scelta del proprio cammino gioca un ruolo speciale nella storia dello Stoicismo.

Si narra che poco dopo il naufragio, il filosofo Zenone avesse casualmente trovato e letto il secondo libro dei Memorabili di Senofonte. In esso, Socrate sostiene che la virtù dell’autocontrollo rende gli uomini più buoni e nobili, mentre inseguire i piaceri della vita no. Socrate inizia citando un noto passo di Esiodo:

“La cattiva condizione umana è facile incontrarla, quanta se ne vuole: agevole è la via, ed essa dimora molto vicino; invece davanti al valore umano gli dèi immortali hanno posto il sudore; lungo e ripido è il sentiero che vi porta, e scosceso all’inizio, ma quando uno giunge alla cima, allora diventa facile, per faticoso che sia”.

Socrate quindi racconta la “scelta di Ercole” che ha appreso da Prodico di Ceo, uno dei più acclamati sofisti greci.

Un giorno, un giovane Ercole camminava lungo un sentiero sconosciuto, quando giunse a una biforcazione della strada e lì si sedette a meditare sul suo futuro. Incerto su quale direzione prendere, si ritrovò all’improvviso davanti due dee misteriose. La prima aveva le sembianze di una donna bella e affascinante, vestita con abiti raffinati. Si chiamava Kakía, ma sosteneva (falsamente) che gli amici la chiamavano Eudaimonía, cioè felicità e appagamento. Si mise davanti alla sua compagna ed esortò insistentemente Ercole a seguire la propria strada che, promise, lo avrebbe condotto verso una vita facile e piacevole, una scorciatoia verso la felicità. Gli disse che avrebbe potuto vivere come un re, lontano da qualsiasi problema e godendo di lussi inimmaginabili, il tutto grazie al lavoro di qualcun altro.

Dopo averla ascoltata per un po’, Ercole venne avvicinato dalla seconda dea, Areté, un donna meno appariscente e più modesta, che nonostante ciò brillava comunque di una bellezza naturale. Con aria grave, la donna lo avvisò che il suo sentiero portava in una direzione molto diversa: sarebbe stato lungo e difficile e avrebbe richiesto un duro lavoro. Senza tanti giri di parole, gli disse che avrebbe sofferto. Sarebbe stato condannato a vagare sulla terra vestito di stracci, ingiuriato e perseguitato dai nemici. «Niente di tutto ciò che è buono e mirabile» lo mise in guardia Areté «viene concesso all’uomo dagli dèi senza sforzo e impegno.» Ercole avrebbe dovuto esercitare saggezza e giustizia e fronteggiare le crescenti avversità con audacia e autodisciplina. Superare gli ostacoli con coraggio e onore, disse la dea, era l’unica strada certa per realizzarsi nella vita.

Come è noto, Ercole scelse la via eroica di Areté, o “Virtù”, e non si fece sedurre da Kakía, o “Vizio”. Armato di un bastone di legno e vestito con la pelle del leone di Nemea, simbolo di una vita più primitiva e naturale, vagò da un luogo all’altro, come se il mondo fosse la sua casa. Gli dèi lo costrinsero ad affrontare le leggendarie dodici fatiche, come uccidere l’Idra e scendere nell’Ade, cioè gli inferi, per catturare Cerbero a mani nude. Morì tra sofferenze atroci, tradito dalla sua stessa moglie che, gelosa, lo indusse con l’inganno a indossare una tunica avvelenata con il sangue dell’Idra. Tuttavia, Zeus rimase così colpito dalla grandezza del proprio figlio mortale che decise di deificarlo (apothéosis).

Non stupisce che Ercole fosse l’eroe mitologico più ammirato dai cinici e dagli stoici. Le sue fatiche incarnavano la loro convinzione che sia più gratificante affrontare volontariamente le difficoltà e coltivare la forza di carattere, piuttosto che scegliere la via più facile, fatta da comodità e agi.

Come i cinici, anche gli stoici consideravano il mito di Ercole un’allegoria del coraggio e dell’autodisciplina. “Cosa sarebbe diventato Ercole,” chiede Epitteto ai suoi studenti “se non avesse affrontato il leone di Nemea, l’Idra, la cerva di Cerinea, il cinghiale di Erimanto e tutti quegli uomini empi e bestiali? Se fosse rimasto in casa, al caldo sotto le coperte, vivendo nel lusso e tra gli agi, non ci sarebbe stato nessun Ercole!”

Epitteto dice che proprio come Ercole ha ripulito il mondo dai mostri – senza lamentarsi – così anche loro dovrebbero ambire a conquistare se stessi, purificando i propri cuori e liberandoli dai desideri e dalle emozioni più egoistici.

In altre parole, per gli stoici la storia di Ercole rappresenta la lotta per scegliere chi vogliamo essere nella vita, la promessa della filosofia da un lato e la tentazione di cedere al vizio e al piacere dall’altro. La morale è che spesso serve uno sforzo erculeo per restare sulla retta via. Ma la vita di Ercole era davvero così sgradevole? Nonostante le prove terribili che ha dovuto sopportare, Ercole, da un punto di vista stoico, era un uomo felice. La consapevolezza di compiere il proprio destino e di esprimere la propria vera natura gli regalavano una profonda soddisfazione. La sua vita possedeva qualcosa di più appagante del piacere: aveva uno scopo.

Bibliografia:
A dieci passi dalla felicità. Le lezioni degli stoici per una vita saggia di Donald Robertson


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