Ciò che noi definiamo “emozioni” è diverso da ciò che intendevano i filosofi stoici.
La lingua moderna, infatti, non è adatta a cogliere alcune distinzioni importanti presenti nella filosofia stoica, in particolar modo nella descrizione delle emozioni e dei sentimenti.

Noi, oggi, usiamo il termine “piacere” in modo molto ampio, per includere la maggior parte dei sentimenti positivi. Tuttavia, gli stoici, distinguevano tra il piacere che otteniamo da fonti esterne (edoné) come il cibo, i complimenti, e la gioia interna più profonda (charà).

La gioia interna, la charà, è quella che si sperimenta quando si raggiunge il proprio scopo della vita, quando si prova un senso genuino di appagamento, e che fa sembrare insignificanti tutti gli altri piaceri. I piaceri comuni spesso confondano la mente, soprattutto quando si esagera e se ne abusa. La gioia stoica non lo fa, essa è sinonimo di pace interiore che non produce mai eccessi. È la gioia pura che sperimenta chi vive pienamente e si sente genuinamente realizzato (eudaimonía).

Ci sono altri due aspetti fondamentali riguardo alla definizione stoica di gioia:

  1. per gli stoici lo scopo della vita non è la gioia, ma la saggezza. La gioia ne è una diretta conseguenza e per questo credevano che cercare di inseguirla in modo diretto portasse sulla strada sbagliata, penalizzando la saggezza.
  2. la gioia, per gli stoici, è attiva non passiva, nasce dalla consapevolezza della natura virtuosa dei nostri comportamenti, di ciò che facciamo. Il piacere fisico nasce da ciò che ci accade, anche se è la diretta conseguenza di azioni come mangiare, bere o fare l’amore.

Non nel subire, ma nell’agire si trovano il male e il bene dell’essere dotato di ragione che è fatto per vivere in società, così come anche la virtù e il vizio si trovano per lui non nel subire, ma nell’agire.
Marco Aurelio, Pensieri, IX, 16

In pratica, in questo passo dei Pensieri, Marco Aurelio ci dice che non è nelle sensazioni ma nelle azioni che risiede il bene supremo.

Il saggio trae piacere solo da una cosa: agire costantemente in accordo con la virtù.
Nonostante ciò, Marco Aurelio fa riferimento anche a due fonti aggiuntive di gioia, che insieme corrispondono alle tre relazioni principali dell’etica stoica: quella con noi stessi, quella con gli altri, quella con il mondo nella sua interezza.

  1. Contemplare la virtù in noi stessi. Marco Aurelio dice che la fonte più importante della gioia e della serenità, per uno stoico, è rinunciare ai piaceri esterni e vivere in saggezza, soprattutto esercitando la virtù della giustizia nei nostri rapporti con gli altri.
  2. Contemplare la virtù nel prossimo. Marco Aurelio dice anche che per rallegrare il cuore, bisogna meditare sulle qualità di chi ci sta vicino, come l’energia, il riserbo o la generosità. Questo è ciò che egli fa nel primo libro dei Pensieri, quando elenca nel dettaglio le virtù dei suoi familiari e dei suoi maestri, aiutandoci a capire l’importanza che questi legami hanno avuto nella sua vita.
  3. Accettare il proprio destino. Secondo Marco Aurelio, invece di desiderare ciò che non abbiamo, come fanno molte persone, dovremmo riflettere su ciò che di bello abbiamo già e su come ci mancherebbe se non lo avessimo.

Il termine greco che indica la gioia (charà) è strettamente collegato a quello della gratitudine (cháris). Gli stoici quindi ci incoraggiano ad apprezzare le cose materiali che abbiamo la fortuna di avere. Marco Aurelio però ci esorta a farlo con moderazione. Non dovremmo mai cadere nell’errore di sopravvalutare i beni materiali e attaccarci ad essi in modo morboso.

Per verificare che questo non stia accadendo, chiediamoci come ci sentiremmo se questi bene ci venissero portati via. Gli stoici volevano sviluppare un sano sentimento di gratitudine verso la vita, libero da qualsiasi attaccamento. Per questo si esercitavano a immaginare cambiamenti e perdite come un fiume che scorre placido e porta via tutto.

L’uomo saggio ama la vita ed è grato per ciò che gli offre, ma accetta il fatto che le cose possano cambiare e nulla duri per sempre. Per questo Marco Aurelio nei Pensieri scrive che è tipico dello stoico, “amare e accogliere gli eventi e quanto gli è destinato dai fili del destino”.

Un punto di vista simile a un famoso detto latino coniato nel diciannovesimo secolo dal filosofo tedesco Friedrich Nietzsche: amor fati, l’amore per il proprio destino.

Bibliografia:
Pensieri di Marco Aurelio
A dieci passi dalla felicità di Donald Robertson


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