È possibile comprendere la volontà della natura nelle situazioni in cui non siamo mossi da interessi personali. Per esempio, quando lo schiavo di un altro rompe una coppa, viene fatto di dire: «Sono cose che succedono». Allora, però, quando è la tua coppa che si spezza, devi comportarti esattamente come quando va in frantumi quella dell’altro. E la stessa condotta trasferiscila anche alle circostanze più gravi. È morto il figlio o la moglie di un altro? Tutti, senza eccezione, sanno dire: «È il destino degli esseri umani»; ma quando muore nostro figlio, subito ci disperiamo: «Ahimè, oh me sventurato!». Dovremmo ricordarci, invece, la nostra reazione quando sentiamo che questo è toccato ad altri.
Epitteto, Manuale, 26

Questo passo del Manuale ci presenta un Epitteto all’apice della sua schiettezza.
Può apparire che ci stia incoraggiando ad assumere un atteggiamento insensibile di fronte alla nostra sfortuna, immaginandoci che sia toccata ad altri.

Dal punto di vista di un individuo moderno che fa di tutto per aumentare la propria empatia verso le difficoltà degli altri, non è facile accettare un suggerimento come questo. In realtà, gli stoici, incluso Epitteto, non sono così insensibili, anzi, sono stati cristallini sul fatto che lo scopo dello Stoicismo non è quello di trasformarci in persone insensibili incapaci di reazioni emotive, perché ciò ci priverebbe della nostra umanità.

Allora, se è vero che gli stoici sono favorevoli e promuovono la comunanza di emozioni, cosa sta cercando di dirci Epitteto in questo passo del Manuale?

Prima di tutto, bisogna evidenziare la differenza tra simpatia e empatia.
Queste due parole sono entrate nel nostro vocabolario molto tempo dopo l’epoca di Epitteto: rispettivamente nel 1521 e nel 1900. Molto interessante è il fatto che entrambe le parole contengano la radice greca pathos, che significa emozione, ma la elaborino in due sensi diversi.

Provare simpatia per le sofferenze altrui significa avere a cuore e dispiacersi per le sue pene e le sue sfortune. Empatizzare, invece, significa condividere, fino a un certo punto, l’esperienza di un’altra persona sul piano emotivo.

Gli stoici sostengono che dovremmo coltivare la simpatia, piuttosto che l’empatia.

Sia nella psicologia sia nella filosofia moderne possiamo trovare idee a supporto di quest’antica intuizione. Lo psicologo della Yale University Paul Bloom e il filosofo della City University di New York Jesse Prinz hanno offerto argomentazioni persuasive del fatto che l’empatia ponga un problema etico, dato che, come tutte le reazioni fortemente emotive, è molto facile da manipolare.

Oltretutto, l’empatia tende a essere sproporzionata rispetto alla situazione, la proviamo in misura maggiore per le persone che conosciamo o che vediamo di fronte a noi, e non è proporzionale alle dimensioni della situazione. Infatti, è impossibile provare empatia per masse anonime di migliaia o persino milioni di persone, per quanto possano meritarla. Al contrario, la simpatia è stimolata dalla ragione e perciò abbraccia una casistica più ampia. Possiamo simpatizzare anche con persone che non conosciamo, o che si trovano in una situazione che non abbiamo mai vissuto in prima persona, perché siamo in grado di riconoscere che quelle situazioni sarebbero dolorose per noi e che sarebbe ingiusto essere sottoposti a tali sofferenze sia per noi sia per chiunque altro.

In un certo senso, quindi, Epitteto ci sta facendo notare che nel normale corso degli eventi tendiamo a rivolgere l’empatia verso noi stessi (“Oh come sono sfortunato!“) mentre per gli altri proviamo simpatia (“È il destino degli esseri umani“). La differenza deriva dalla nostra capacità di elaborare giudizi più equilibrati quando l’evento non ci tocca direttamente. Sforzarci di riequilibrare il nostro giudizio non ci renderà insensibili, ma solo più ragionevoli.

Ricordare a noi stessi che le situazioni difficili accadono – e non solo a noi – è confortante. Così facendo, possiamo iniziare a sviluppare maggiore equanimità nei confronti degli eventi che sfuggono al nostro controllo. Allo stesso modo, possiamo essere grati quando le cose vanno come vogliamo, ma senza sentirci troppo attaccati a esse, perché con facilità potremmo esserne privati. E quando ci imbattiamo in circostanze difficili, possiamo trovare il coraggio di affrontarle nel miglior modo possibile, consapevoli che questa è la natura umana.

Bibliografia:
Manuale di Epitteto
Stoicismo: esercizi spirituali di Massimo Pigliucci

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