Uno dei più grandi fraintendimenti sulla filosofia stoica, oggi, è che gli stoici fossero freddi.
Gli stoici antichi lo negavano continuamente, affermando che il loro intento non era essere uomini di ferro o avere un cuore di pietra. Anzi, distinguevano tra tre emozioni: quelle buone, quelle cattive e quelle indifferenti.

Avevano dato un nome a molti tipi diversi di passione buona, apátheia, un termine che comprende sia i desideri sia le emozioni, raggruppate sotto tre aree:

  1. un profondo senso di gioia o contentezza e pace mentale, che deriva dal vivere con saggezza e virtù.
  2. una sana avversione nei confronti del vizio, che si manifesta nella coscienziosità, nel senso dell’onore, nella dignità o nell’integrità.
  3. il desiderio di aiutare se stessi e gli altri, attraverso l’amicizia, la gentilezza e la buona volontà.

Gli stoici credevano anche che provassimo tanti desideri ed emozioni irrazionali, come la paura, la rabbia, la cupidigia e andassimo in cerca di piaceri cattivi per noi. Non pensavano che le emozioni malsane andassero soppresse, ma che bisognasse costituirle con quelle sane.

Tuttavia, queste emozioni sane non sono completamente sotto il nostro controllo e non abbiamo la garanzia di riuscire a provarle, per questo non dovremmo confonderle con la virtù, che è l’obiettivo della nostra vita. In pratica, per gli stoici rappresentano una sorta di bonus.

Gli stoici ci anche insegnato che i sentimenti automatici iniziali sono da considerarsi naturali e quindi indifferenti. Per esempio provare sbigottimento o irritazione, arrossire o impallidire, sudare, balbettare, sono riflessi condizionati, la nostra prima reazione automatica che può trasformarsi in un crescendo emotivo. Condividiamo questi precursori primitivi delle emozioni con alcuni animali e per questo motivo gli stoici li considerano indifferenti, né buoni né cattivi.

Seneca notò il paradosso per cui prima di poter dare mostra di coraggio e moderazione, dobbiamo avere dentro di noi almeno una traccia di paura o di desiderio di vincere.

Anche il saggio stoico, perciò, può tremare davanti al pericolo. Quello che conta è che cosa fa dopo. Dà mostra di coraggio e autocontrollo proprio accettando questi sentimenti, innalzandosi al di sopra di esse e affermando la propria razionalità. Non si fa ammaliare dal canto di sirena del piacere o spaventare dalle fitte del dolore. Un certo tipo di dolore ha la capacità di renderci più forti, certi piaceri di nuocerci. Ciò che importa è l’uso che facciamo di queste esperienze e questo richiede saggezza.

Il saggio sopporta il dolore e il disagio, per esempio un intervento chirurgico o un estenuante esercizio fisico, se ne va della sua salute fisica e, soprattutto di quella del suo carattere. Allo stesso modo, rinuncerà al cibo spazzatura, alle droghe, all’alcol o a dormire dino a tardi se ciò non è sano per il suo corpo e per il suo carattere.

Ora ti renderai conto di quanta confusione fanno le persone mescolando il termine generico “stoicismo”, che indica un tratto della personalità (la capacità di sopportare il dolore e le avversità senza lamentarsi), con la scuola greca dello stoicismo.

Essere stoici, cioè emotivamente tenaci o resilienti, non è che una piccola parte di ciò che insegna la filosofia stoica, e non comprende l’intera dimensione sociale della virtù stoica, che ha a che fare con la giustizia, la correttezza e la gentilezza verso gli altri.

Inoltre, le persone quando raccontano di essere state “stoiche” o di aver tenuto duro, di solito fanno riferimento alla repressione dei sentimenti, il che invece è considerato piuttosto dannoso. Quindi è importante avere chiaro che questo non è ciò che Marco Aurelio, Seneca e Epitteto raccomandavano.

La filosofia stoica ci insegna invece a trasformare le emozioni negative in emozioni positive, usando la ragione per sfidare un giudizio di valore o le altre convinzioni su cui si basano.

Bibliografia:
A dieci passi dalla felicità (How to Think Like a Roman Emperor) di Donald Robertson

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