“Il volere della natura si può apprendere dalle cose nelle quali non abbiamo interesse. Per esempio, quando lo schiavo di un altro rompe un bicchiere, subito sei pronto a dire: “Sono cose che succedono”. Orbene, quand’anche dovesse rompersi un tuo bicchiere, sappi che devi comportarti allo stesso modo di quando s’è rotto il bicchiere dell’altro. Lo stesso comportamento devi trasferire a situazioni di maggior gravità. È morto il figlio o la madre di un altro: non c’è nessuno che non direbbe: “È umano”. Ma quello cui muore il figlio subito grida: “Ahimè, infelice che sono!”. E, invece, si dovrebbe rammentare quali sono i nostri sentimenti quando sentiamo che un simile lutto è accaduto ad altri”.
Epitteto

Questo è un esercizio meraviglioso.

Epitteto ci ricorda che consideriamo gli eventi in modo molto diverso quando capitano a noi rispetto a quando succedono ad altri. Chiaramente è assai più facile mantenere una posizione di equilibrio quando piccoli inconvenienti o gravi disgrazie capitano ad altri invece che a noi.

Ma per quale ragione? 
Che cosa ci fa pensare di essere i beniamini dell’universo, o che dovremmo esserlo?

Naturalmente, anche se possiamo arrivare a capire e a interiorizzare che siamo esattamente come tutti gli altri abitanti di questo pianeta e che quando succede qualcosa dovremmo riservargli sempre lo stesso atteggiamento, sia che capita noi o ad altri, potremmo sempre ribaltare l’argomentazione degli stoici e dire che la cosa giusta da fare sarebbe provare per le disgrazie altrui lo stesso livello di sofferenza o empatia che sperimentiamo per le nostre. 

A questa osservazione gli stoici riservano due risposte, una fondata su prove empiriche, l’altra su principi filosofici.

Il fatto empirico è che gli esseri umani sono fisiologicamente incapaci di provare un livello simile di empatia. Provare dolore o angoscia per ogni vita che si spegne sulla terra come normalmente ci capita quando a morire è una persona cara è semplicemente inumano.

L’obiezione filosofica è invece che, anche se non del tutto vero, siamo comunque più vicini alla verità quando diciamo agli altri: “Mi dispiace molto, ma questo fa parte della vita” di quando diciamo a noi stesso: “Ahimè, come sono infelice!”.

Disgrazie, incidenti, malattie e morte sono inevitabili e, per  quanto sia comprensibile esserne angosciati, possiamo trovare conforto sapendo che essi rientrano nel normale ordine delle cose. L’universo non ce l’hai con nessuno di noi in particolare.

Ecco cosa ci racconta Massimo Pigliucci nel suo libro “Come essere stoici” a proposito di queste due tecniche stoiche:

Personalmente ho trovato utili entrambi i modi di intendere questo esercizio in diverse esperienze, anche recenti. A volte, infatti, tendo a minimizzare i sentimenti di quanti mi sono vicini nella convinzione che stiano avendo una reazione esagerata a quanto sta loro accadendo; ma Epitteto mi ricorda che sono incline a comportarmi diversamente quando qualcosa di simile accade a me.

Allo stesso modo, quando sono io a trovarmi in questa posizione, allora penso subito che praticamente tutti quelli che conosci hanno già sperimentato ciò che mi sta turbando in quel preciso momento.

Questo costante esercizio di regolare le mie reazioni sulle sfortune altrui e di mettere i miei problemi in prospettiva, ricordandomi che sono gli stessi sofferti da tutti i miei simili, mi aiuta, credo, a guardare alle cose con un equilibrio che sicuramente non possedevo prima di interessarmi allo stoicismo.

Bibliografia:
– Come essere stoici di Massimo Pigliucci
– Tutte le opere di Epitteto


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