Gli stoici erano scrittori prolifici, ma a oggi è sopravvissuto forse solo l’uno per cento dei loro scritti. I testi più importanti che abbiamo appartengono a tre famosi stoici romani dell’epoca imperiale: diverse lettere di Seneca, le Diatribe e il Manuale di Epitteto, e i Pensieri di Marco Aurelio.

Abbiamo anche scritti precedenti di Cicerone (non era uno stoico ma conosceva a fondo la filosofia stoica), numerosi frammenti dei primi stoici greci e diversi testi minori.

Una bibliografia tristemente incompleta, che però ci offre un’immagine coerente delle dottrine principali di questa filosofia.

Le scuole di filosofia elleniche nate dopo la morte di Socrate venivano spesso distinte una dall’altra a seconda di qual era, secondo loro, lo scopo principale della vita.

Per gli stoici, quello scopo è “vivere secondo natura” cioè, vivere saggiamente e virtuosamente. Gli stoici sostenevano che l’uomo è prima di tutto una creatura pensante, capace di esercitare la ragione. Sebbene condividiamo molti istinti con gli altri animali, la nostra capacità di pensare in modo razionale è ciò che fa di noi degli esseri umani.

La ragione governa le decisioni, e gli stoici la definiscono la nostra capacità dominane, che ci permette di giudicare i pensieri, i sentimenti e gli impulsi per decidere se sono buoni o cattivi, sani o malsani. Abbiamo quindi il dovere innato di proteggere la nostra ragione e di usarla correttamente. Quando ragioniamo bene sulla vita e viviamo in modo razionale, dimostriamo di possedere saggezza.

Vivere secondo natura, in parte, significa realizzare il nostro potenziale di saggezza.
Solo così possiamo realizzarci come esseri umani.

Gli stoici quindi presero il termine filosofia, che significa “amore per la saggezza” in modo piuttosto letterale. Amavano la saggezza, o meglio la virtù, più di qualsiasi altra cosa.

Se però “virtù” suono un po’ pomposo, il suo corrispettivo greco aretè si traduce meglio in eccellenza di carattere. In questo senso, qualcosa eccelle quando adempie bene alla sua funzione. Gli esseri umani eccellono quando pensano con chiarezza e ragionano sulle loro vite, il che significa vivere saggiamente.

Gli stoici adottarono la suddivisione socratica delle virtù cardinali, cioè saggezza, giustizia, coraggio e temperanza (moderazione). Ma le ultime tre virtù non sono altro che la saggezza applicata alle azioni nelle diverse aree della vita:

  • La giustizia è in larga misura la saggezza applicata alla sfera sociale, ai rapporti con le altre persone.
  • Mostrare coraggio e temperanza significa padroneggiare le paure e i desideri, dominando quindi quelle che gli stoici definivano “passioni”, che interferiscono con la capacità di vivere con saggezza e giustizia.

La saggezza, in tutte queste forme, presuppone la capacità di distinguere tra ciò che è buono, cattivo e indifferente. La virtù è buona, il vizio è cattivo, tutto il resto è indifferente.

Gli stoici ritenevano la virtù come l’unico valore, tuttavia, il fondatore della filosofia stoica, Zenone, arrivò a distinguere tra cose indifferenti “pure”, “preferibili” o “sconsigliabili”.

In pratica, le cose esterne hanno un valore, certo, ma non vale la pena farci una malattia, perché è un valore diverso. Gli stoici spiegano la cosa dicendo che se mettiamo la virtù su un piatto della bilancia, non importa quante monete d’oro o altri tesori riusciamo ad accumulare sul piatto opposto, perché non faremmo mai spostare l’ago. Nonostante ciò, alcune cose esterne sono preferibili ad altre, e la saggezza consiste precisamente nella capacità di riconoscere questo valore. La vita è preferibile alla morte, la ricchezza è preferibile alla povertà, la salute è preferibile alla malattia, gli amici sono preferibili ai nemici e via dicendo.

Come sosteneva Socrate, questi beni esterni sono utili solo se usati con saggezza. Tuttavia, se qualcosa può essere usato bene o male, allora non può essere davvero buono in sé, e quindi va classificato come “indifferente” o neutro.

Gli stoici dicevano che la salute, la ricchezza e la fama sono vantaggi o opportunità, piuttosto che cose buone in senso assoluto. Vantaggi sociali, materiali e fisici in realtà danno agli stolti più occasioni di danneggiare se stessi e gli altri. Prendete quelli che vincono alla lotteria. Chi sperpera la propria fortuna finisce spesso con l’essere più povero di quanto avrebbe mai immaginato. Se gestiti male, i vantaggi esterni come la ricchezza fanno più danno che altro.

Ma gli stoici non si fermavano qui: l’uomo saggio e buono può prosperare anche davanti alla malattia, alla povertà e ai nemici. Il vero scopo della vita, per gli stoici, non è acquisire quanti più vantaggi esterni possibile, ma usare saggiamente tutto ciò che ci accade. L’uomo saggio non ha bisogno di nulla e usa tutto bene; lo stolto crede di avere bisogno di un sacco di cose, e le usa tutte male.

Cosa più importante, la ricerca di queste cose indifferenti preferibili non deve mai andare a discapito della virtù. Per esempio, la saggezza può dirci che, in generale, la ricchezza è preferibile alla povertà, ma dare più valore ai soldi che alla giustizia è un difetto di giudizio.

Per spiegare il valore supremo della saggezza e della virtù, gli stoici paragonavano la ragione, la nostra capacità dominante, a un re davanti alla sua corte. Tutti, nella corte, occupano un posto all’interno di una gerarchia. Ma il re è il più importante di tutti perché è lui che assegna ai cortigiani il posto che occupano. Come ho già detto, per gli stoici questo re, questa capacità dominante è la ragione (l’hegemonikón). Fa parte della natura umana desiderare cose come il sesso e il cibo. Ma la ragione ci permette di fare un passo indietro e domandarci se quello che desideriamo per noi è davvero buono o no.

La ragione è straordinariamente preziosa perché ci permette di giudicare il valore delle cose esterne, è la fonte del valore di tutto il resto. Quale vantaggio ricava un uomo, potrebbe dire uno stoico, se ottiene il mondo ma perde saggezza e virtù?

Bibliografia:
– A dieci passi dalla felicità (How to Think Like a Roman Emperor) di Donald Robertson


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